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mercoledì 21 ottobre 2015

Storia del Granducato Dei Quattro Mori. Il più grande ordine goliardico italiano

scudo in bianco
C’era una volta il Granducato dei Quattro Mori. Un paese affacciato sul mare, popolato da giovani cavalieri che usavano la dialettica come spada e combattevano a colpi di sarcasmo e d’ironia il loro nemico di sempre: l’ipocrisia sociale.

Non è l'inizio di una fiaba, bensì una storia vera e, ahimè dimenticata, della nostra città.
Satellite della vicina Pisa, si pensa comunemente a Livorno come priva di tutte quelle tradizioni che caratterizzano la vita accademica e che, nel corso dei secoli, hanno scandito la storia dell’ateneo.
Ebbene non è stato sempre così. Livorno era (ed è) la città più popolosa nella Toscana costiera ed ha fornito all’ateneo eccellenti studenti che da sempre si sono distinti sia scolasticamente sia socialmente dato il loro carattere naturalmente estroverso, solare, irriverente, canzonatorio e tendente all’ironia, insomma in una sola parola “goliardico”.
Livorno ha contato con il più grande ordine goliardico toscano (se non nazionale) facente parte attiva della goliardia pisana. Sto parlando di quello che è stato il Granducato dei Quattro Mori, ordine minore della goliardia dell’Università di Pisa.
Ma visto l’oblio in cui la goliardia in senso lato verte si rende necessaria la domanda: che cos’è la goliardia?
Subito nel lettore si scatena una sorta di confusione, una difficoltà ad immaginare una precisa definizione. Spesso il termine “goliardia” è concepito come sinonimo di “universitario o studentesco” nell’ipotesi migliore, come “cialtronesco o gaudente” in un'ipotesi intermedia o come “irresponsabile e qualunquista” nell'ipotesi peggiore. Persino dizionari di livello presentano delle difficoltà nella definizione del termine.
Gli universitari, o “scholari” come venivano chiamati nel medioevo, sono tradizionalmente persone che con la loro ricerca di vita gaudente, al di fuori delle regole che disciplinano la convivenza sociale, eretici e ribelli, disordinati, frivoli e dissennati rappresentavano l’espressione di un’energica protesta morale, di un forte richiamo alla riflessione sulla degenerazione dei rapporti sociali, sulla corruzione, l’avarizia e l’immoralità che serpeggiano nelle istituzioni e nel clero di ogni epoca. Ma per capire cos’è la goliardia e parlare del Granducato dei Quattro Mori occorre prima comprendere la sua storia, che è antica quanto quella delle stesse università.
L’origine di questa storia affonda le proprie radici nel basso medioevo quando i figli cadetti di nobili affollavano gli Studia (Università) più prestigiosi provenendo da ogni angolo d’Europa.
In molte città ospitanti gli Studia, gli scholari costituirono una nuova classe sociale che intuiva l’importanza della cultura come forza del sapere. Tale era l’epoca in cui la Chiesa aveva il monopolio dell’istruzione quindi gli scholari dovevano far capo all’istituzione religiosa e prendere i voti per intraprendere gli studi. Gli studenti entravano quindi a far parte dell’Ordo Clericalis (Ordo Vagorum) ma differivano dai sacerdoti e dai monaci perché ricevevano solo ordini minori, oppure si limitavano ad accettare esclusivamente l’abito e pochi doveri liturgici, inoltre non erano sottoposti a rigidi vincoli come quello di castità. Essendo uomini di chiesa erano esentati dal pagamento dei tributi e potevano essere giudicati solo dal tribunale ecclesiastico. Assunsero ben presto un carattere ambiguo per il tempo, essendo contemporaneamente, moralisti e sfrenati gaudenti, accusatori della corruzione della Chiesa e del clero e poeti d’amore, sempre contro il rigido conservatorismo nobiliare e monastico e contro l’ideologia borghese.
Tali tipi di “Clerici” godevano di grande prestigio potendo accedere allo stesso tempo alle sacre scritture, così come ai testi antichi classici. Non erano neppure obbligati, come il resto della popolazione, a risiedere in una città ma vagavano da uno Studium all’altro, attratti dal sapere universale.
Questo perché molti libri erano stati messi all’indice e bruciati dalla stessa Chiesa e per trovare i pochi esemplari superstiti occorreva recarsi fino al luogo dove questi venivano conservati. Assunsero quindi l'appellativo di Clerici Vagantes, studenti itineranti in cerca di cultura.
L’erudizione come privilegio di un ceto insieme all’indottrinamento subordinato alla tonsura portarono inevitabilmente al conflitto con l’autorità religiosa ed alla critica delle regole da parte di alcuni clerici che vennero dunque accusati di comportamenti scandalosi ed inconvenienti. La loro presenza nell’ordo clericalis fu quindi guardata con sospetto dalle autorità ecclesiastiche. I clerici vagantes dal canto loro restituirono le accuse al mittente attaccando duramente il clero corrotto ed i monaci oziosi, ipocriti e peccatori di simonia e concubinaggio.
Nei famosi “carmina” dei Clerici (Carmina Burana) s’inneggiava provocatoriamente a Bacco, a Decio (condottiero romano che si giocò il mantello ai dadi) e a Venere, cioè ad una sorta di Trinità rovesciata dissacratoria di quella visione bigotta del tempo.
L’oltraggio era intollerabile e la Chiesa reagì cosicché nei testi dei concili di Treviri (1127) e di Rouen (1231) vennero stabilite delle sanzioni per gli scholari che si dimostrassero contestatori, vennero inclusi anche la rimozione dei privilegi del clericato. In tali testi le parole Clerici Vangantes e Goliardi venivano usate per la prima volta come sinonimi. Il concilio di Rouen stabilì che i “clerici ribaundi, maxime qui dicuntur de familia golie” non fossero più tonsurati.
Il Termine “goliardo” venne dunque creato dalla stessa chiesa; proviene da “Golia”, soprannome dato al personaggio di Pierre Abelard (Pietro Abelardo) (1079-1142), maestro al quale i vari gruppi di Scholari e Clerici Vagantes hanno da sempre fatto riferimento per il suo prestigio di autore di poemetti amorosi, per la fama di fine dicitore e soprattutto per la sua tormentata esistenza. Abelardo alternò gli studi letterari alla passione per la vita mondana attirando su di sé i cultori del diritto canonico che lo nominarono così “Golia” che significava demonio (Dalla Bibbia il gigante che il futuro Re Davide riesce ad abbattere).
Nei secoli XIV e XV l’amore per lo studio si trasformò in Bramosia di denaro ed i Clerici Vagantes, pur continuando il loro peregrinare tra città e città, vagavano da una corte all’altra nel ruolo di giocolieri e menestrelli. Tale risultato non poteva che far decadere nuovamente la goliardia della quale non sappiamo più nulla fino al XIX secolo quando, sotto la spinta delle pulsioni risorgimentali, dell’Illuminismo, della rivoluzione francese, dei moti carbonari, dell’età Napoleonica e della successiva restaurazione, si assisteva ad un più facile accesso alle università con conseguente aumento del numero di accademici.
Nel 1820 gli studenti pisani scrissero una satira in sestine contro quei compagni che si rifiutavano di seguirli nelle sregolatezze avendo una vita soporosa e morigerata, priva di quell’allegria che caratterizzava la giovinezza: fu letta da uno studente livornese salito sopra ad un tavolino del Caffè Dell’Ussero sui lungarni, da sempre luogo di ritrovo dei goliardi pisani.
Durante i moti risorgimentali gli studenti iniziarono a farsi nuovamente sentire dai loggioni dei teatri alle piazze cittadine: “dai lacci sciogliemmo l’avvinto pensiero, ch’or libero spazia nei campi del vero” cantavano i goliardi per rimarcare la loro matrice ideale. Merita menzione la battaglia di Curtatone e Montanara dove molti goliardi pisani e livornesi persero la vita in onore dell'ideale risorgimentale. Ad oggi i goliardi tagliano la punta del loro tipico copricapo chiamato goliardo o felluca, in ricordo di tale battaglia.
L’esplosione della goliardia avviene però nei primi decenni del Novecento quando le ottocentesche associazioni di studenti si trasformarono in veri e propri “ordini goliardici”. Tale espansione venne nuovamente fermata dal Fascismo che non poteva accettare una dottrina così irriverente nelle proprie università; indossare il goliardo fu permesso solo abbinandolo alla camicia nera, in un primo momento, per essere poi completamente vietato nel 1936.
All’entrata in guerra gli ordini goliardici furono sciolti per ricomparire dopo la proclamazione della Repubblica. Durante gli anni '50 la maggior parte degli ordini goliardici era ricomparsa e vi furono due congressi nazionali nei quali si riconoscevano gli ordini “maggiori” o “sovrani” di ogni ateneo. Per quanto riguarda l'ateneo pisano, l'ordine sovrano era quello del Campano originariamente ma poi anni più tardi, per pagamento di un debito di "guerra" tra atenei, fu imposta la chiusura di tale ordine e “l’Ordo Torrionis” prese il suo posto come ordine sovrano dell'ateneo. Gli ordini sovrani prendono elementi da ogni ordine minore e da ogni balla su cui esercitano sovranità.
È dunque in questo periodo storico che nasce il Granducato dei quattro mori, esattamente negli anni '60. Fin dalla sua origine il Granducato ha presentato delle anomalie rispetto agli altri ordini, essendo nato in un periodo storico dove il fermento studentesco politico contrastava lo spirito goliardico, scherzosamente gerarchico.
In pochissimo tempo l’ordine labronico diventò uno degli ordini minori più potenti dell’ateneo pisano (insieme al Verre) arrivando a contare circa 1400 iscritti, l'ordine goliardico più grande numeroso d'Italia. Il motivo mi viene spiegato da Duccio Luterzio Moro, uno dei padri fondatori del Granducato dei Quattro Mori: -La Goliardia non è anarchia, è ordine! Senza ordine non ci si diverte e noi nel Granducato avevamo regole ben precise che permettevano il divertimento nel pieno rispetto -.
Il loro stemma, o scudo, raffigurava la croce pisana in quanto ordine minore appartenente all’Università di Pisa ed i colori blu e rosso rappresentavano un omaggio alla città di Bologna poiché il Granducato nacque proprio durante la festa delle matricole della capitale emiliana.
Il Granducato dei Quattro Mori era l'ordine sovrano sui propri territori e Vassallo dell'ordine supremo del Campano.

Si ritrovavano in un locale in via Dei Cavalieri e ne fecero la loro sede ma ben presto diventò un importante punto di ritrovo per tutti gli universitari livornesi, una specie di alter ego del Caffè dell'Ussero nella vicina Pisa.
Dopo circa un anno però, visto l’improvviso ingrandirsi dell’ordine dovettero trasferirsi in un palazzetto di via Paoli, ovvero quel locale che negli anni successivi venne conosciuto come “il Papiro”. All’interno dell’ordine hanno passato la propria giovinezza personalità ad oggi ancora molto note in città.
La carica principale era quella del Granduca che veniva chiamato Tintoretto in onore del suo primo rappresentate al quale piaceva molto tingere le matricole nel caso non gli fosse stato pagato il papiro (documento lungo più di un metro che veniva rilasciato dopo il battesimo agli dei Bacco, Tabacco e Venere), seguito dai due tribuni e quindi dai quattro mori, dal bargello e dal questuante. A seguire venivano cavalieri e scudieri per poi terminare con veterani, matricole e minus qua merda (non ancora battezzati).
La prima generazione terminò nel 1969 a seguito della propaganda anti-goliardia fatta dalle autorità politiche del tempo. Di comune accordo tra loro, gli stessi padri fondatori decisero di chiudere l’ordine. Fu allora che uno scudiero di Duccio Luterzio Moro si fece consegnare il mantello del granduca direttamente dal Tintoretto per poi autoproclamarsi Tintoretto secondo:
- Era un tipo strano – mi dice Duccio Luterzio Moro – quando lo vedevi vestito da prete e diceva di aver preso i voti, quando vestito da maresciallo dei carabinieri dicendo di essersi arruolato -.
L’aneddoto più curioso narratomi è quello del Tribuno recatosi a Roma perché convocato dal nuovo Tintoretto con un arcano messaggio che stabiliva per la mattina seguente alle ore 10 presso piazza Venezia l’appuntamento. Il tribuno non esitò e si recò nel luogo dell’incontro, incuriosito dall’enigma ed, all’ora stabilita, vide passare il Tintoretto vestito da carabiniere salutandolo e andandosene.
Il seguente granduca, racconta Duccio Luterzio Moro, fu un altro impostore. Si impadronì del mantello del Granduca dal Tintoretto secondo e, con l’inganno, della patacca del tribuno (l'insegna dell'ordine del campano dato al Granducato dei Quattro mori in premio di fedeltà al momento della imposta chiusura dell'ordine supremo in favore dell'Ordo Torrionis) e si presentò in università privo di seguito come “Granduca dei Quattro mori” assumendo il nome di Tintoretto III. Tale patacca non è mai stata restituita. La reggenza del Tintoretto III fu un tempo di contrasti e di misteri. Non fu mai riconosciuto dagli anziani dell'ordine ma era comunque il granduca e entrava nella gestione del “papiro”. Fu in quegli anni che un incendio distrusse il locale goliardico livornese e sparirono alcuni documenti riguardanti l'origine dell'ordine. La versione ufficiale era che fossero stati distrutti dal fuoco, in realtà i Goliardi ritengono che fu proprio il Tintoretto III a farli sparire e probabilmente ad appiccare il fuoco. Dopo il misterioso incendio Tintoretto III si trasferì a Firenze portando con sé le insegne, alcune delle quali non furono mai restituite all'ordine. La leggenda narra che il tribuno, per proteggere l'origine del granducato, nascose allora le tre insegne sacre rappresentate dallo scudo dei quattro mori, dal mantello del granduca e dalle bisacce del tribuno, più altre minori all’interno di quello che era la “settima galleria”. E questa è la parte più interessante e più misteriosa della storia. Chiedo a Duccio a cosa si riferisse con il termine “settima galleria” vista l’omonimia con la leggendaria galleria del Poccianti al di sotto della nostra città.
Mi risponde: - la settima galleria è qualcosa di ideale, leggendario, non palpabile ed al quale hanno accesso solo i predestinati. È più un concetto ideale che materiale; è una leggenda un po’ come il Granducato dei Quattro Mori -.
Dopo la fuga del Tintoretto III, Duccio Luterzio Moro nominò un nuovo granduca mettendo il veto al nuovo prescelto di usare il nome di Tintoretto, ma ahimè, non fu rispettato. Una volta preso il potere, il nuovo granduca assunse il nome di Tintoretto IV creando una nuova frattura con i padri fondatori. La reggenza del Tintoretto IV fu la più longeva ma anche la meno significativa della storia del Granducato. Regnò dalla fine degli anni '70 fino al 1996. I padri fondatori ad oggi dicono che il Tintoretto IV non è mai esistito.
Durante la reggenza del Tintoretto IV a Livorno nacque un altro ordine goliardico: L'Ordine della Fenice. Nacque spontaneamente senza relazioni con il Granducato dei Quattro Mori e con gli altri gruppi della Goliardia Pisana. Nacque dall'iniziativa di due studenti inspirati da un libro dei primi del '900 che narrava la storia della goliardia del secolo precedente:
- Non eravamo a conoscenza dell'esistenza di ordini goliardici a Pisa e in Italia – mi dice il fondatore del nuovo ordine - e come scopo ci eravamo proposti di farla rivivere, da questo il nome della Fenice. Iniziammo a fare feste ed un'azione di volantinaggio su Pisa e su Livorno. Fu così che venimmo notati dalla vera goliardia pisana, ma accadde solo qualche mese dopo il nostro inizio -.
I padri fondatori seguivano l'ordine della fenice in silenzio studiando i movimenti di questi studenti sperando in una rinascita. Ma fu l'ordine supremo del Torrione il primo a far entrare l'ordine della Fenice all'interno della goliardia pisana. Gli fece conoscere la secolare storia e la Fenice venne poi donata al Gran Ordine del Torrione diventandone un ordine subalterno.  Da quel momento fino al giorno d'oggi la Fenice è un ordine attivo composto principalmente da studenti pisani. Il padre fondatore della fenice divenne il Gran Torrione, sovrano assoluto della goliardia pisana. Fu solo dopo essersi ritirato, in una festa goliardica nel 1996 che il Tintoretto IV abdico in favore del padre fondatore dell'ordine della Fenice imponendogli il nome di Tintoretto V, nuovo Granduca dei Quattro Mori.
I padri fondatori questa volta accettarono il nuovo sovrano, universitario, livornese ed ex Gran Torrione, pur ricordandogli sempre che di Tintore ne esiste solo uno, il loro. Tintoretto V mi racconta  di esser stato vicino a recuperare la patacca del Campano in mano al Tintoretto III. Ma quindi un nuovo avvenimento impedì il ritorno dell'insegna nel Granducato; la misteriosa morte del Tintoretto III nella città di Firenze.
In quel tempo le insegne della “settima galleria” furono rimosse dal loro nascondiglio dallo stesso Tribuno che le aveva nascoste. Una di queste, lo scudo simbolo del granducato, è stato esposto alla bottega del caffè durante molti anni. Il protagonista di questa leggenda detentore delle insegne, cioè il  tribuno del Granducato dei Quattro Mori, divenne progressivamente folle, chiudendo in sé stesso la verità sulla leggenda della “settima galleria”. Adesso lo scudo è custodito da Duccio Luterzio Moro, il mantello del Granduca dal Tintoretto V mentre sulle bisacce del tribuno ancora cela il mistero.
L'ultima domanda va proprio a Duccio Luterzio Moro; gli chiedo il perché della fine della goliardia. Mi risponde con le lacrime agli occhi e mi dice:
- Perché è cambiato tutto, noi non avevamo niente ma le nostre relazioni erano sincere come il divertimento e lo spirito canzonatorio benevolo che non faceva altro che unirci. Adesso ci sono molti più mezzi che dovrebbero avvicinare le persone e non fanno altro che separarle dietro a schermi e schemi di consumo. L’università non è più il luogo del sapere e della crescita personale oltre che professionale ma una scuola professionale dove si impara un tecnicismo estremo orientato alla formazione di tanti tecnici specializzati. Non viene dato spazio alla libera riflessione e non viene posto l’accento sul reale significato delle proprie scelte. Tutte riflessioni scomode e ritenute una perdita di tempo in un sistema orientato solo alla produzione. La Goliardia è qualcosa che ha preso i nostri sentimenti… - e si ferma. Le emozioni sono troppo forti per continuare.


di Alessandro Weiss

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